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La Sofferenza nel Digiuno - Luigi Silvestri


Oggi per me è il 25° giorno e parlando con delle persone che si definivano ricercatori spirituali, sentendo del mio lungo digiuno della quaresima, mi sono sentito dire:


“ma perché soffrire così tanto?

Noi abbiamo abbandonato la via della sofferenza per la via della gioia!”


Ovvio che mi sono limitato a sorridere e a rispettare la loro scelta senza polemizzare altrimenti già sapevo che sarebbe partito, da parte loro, tutto uno "spiegone" per farmi capire quanto avevano ragione loro.


Il punto invece è un altro...:

Dal nostro punto di vista umano/mentale noi vediamo la pratica del digiuno come una sofferenza ma se siamo nell’Anima, cioè Essenze Eterne Incarnate (madonna che parolone, parola già abusata da molti olisticoni!) ci basteremmo a noi stessi, cioè non avremmo bisogno di altro e avremmo la consapevolezza che chi soffre veramente è la nostra mente identificata nella materia.


Purtroppo nell'immaginario della gente comune è radicata l'idea che chi digiuna, e lo fa come pratica spirituale, sia una sorta di "invasato" che fa della purezza fisica la prova della sua purezza dell'Anima e se mangia qualcosa di troppo materiale allora la sua purezza è compromessa...


In realtà, la Pratica del digiuno è una vera e propria palestra spirituale che abitua il praticante per un periodo di tempo ad osservare le sue identificazioni materiali che intercetta attraverso le sue sofferenze.


Quando un praticante soffre capisce che è la sua parte umana che soffre e se riesce a fare "il salto", cioè Essere Anima, si accorge come per magia che non c’era nulla di cui soffrire; d’altronde di cosa può soffrire un’Essenza Eterna?

Ecco perché con una nuova consapevolezza rinnovata, il praticante, vivrà poi la vita come un’avventura, ricca di esperienze che serviranno per farlo crescere e senza attaccamenti consapevole che un giorno andrà Oltre.


C'è da dire però che la mente è davvero bastarda, la mente si abitua anche alla sofferenza e molti non riuscendo a fare il famoso salto si radicano troppo nella pratica e non riescono più ad uscirne.

Ecco perché va sempre coltivata la Via di Mezzo, ecco perché una pratica come il digiuno, usata come pratica spirituale, va fatta per un periodo preciso dell'anno.

Gli antichi lo sapevano bene non a caso per la gente comune utilizzavano con le religioni periodi di restrizione dove il fedele soffriva volontariamente per il suo Dio.


Ritornando alla "via della Gioia", è vera, esiste ma nessuno mi può negare che le vere crescite interiori passano da periodi di Sofferenza quindi perché non coltivare entrambi?

Ricorda:

"il Dolce non è mai così dolce senza l'Amaro"


Buona Pratica

Luigi




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